Trilogia della città di K.

trilogiadellacittadiK

Meraviglioso 5

Oggi prendo dalla libreria un gran buon libro, edito da Einaudi, che ho letto diverso tempo fa ma che penso sia giusto, anzi, direi doveroso recensire.
Quest’opera è un magistrale esempio di come tenerezza e crudezza possano coesistere in un perfetto equilibrio, delineate con un talento non indifferente dalla scrittrice ungherese Agota Kristof.
In una breve impressione dopo la lettura scrivevo: “E’ una storia che tiene avvinti, appassionati, delusi, a volte persino raccapricciati. Una storia che fa arrabbiare e sorridere, piangere e sperare.”
Ed è proprio così che l’umore muta nel corso della storia, come se l’autrice avesse urgenza di far sperimentare al lettore il maggior numero di emozioni possibile e senza troppe cerimonie.
Non si può negare che sia una lettura che inietta l’inquietudine sottopelle, a tratti una tristezza profonda, ma queste sensazioni vengono fatte affiorare con una dolce carezza che ha la forma delle parole, che ammaliano e trasportano gli occhi avidi di conoscenza del lettore fino all’ultima riga.
Lo scenario non potrebbe essere altro che quello della guerra: si apre il sipario sulle ingiustizie che una guerra può provocare, tra cui lo scempio, la violenza dissennata, la povertà più nera, le ferite più profonde della fame, della violenza fisica e psicologica.
Un ambiente simile non può che ospitare personaggi che rispecchiano l’aria tetra di quanto sono costretti a vivere, figure grottesche, doloranti, bieche, alcune maligne, altre repellenti. Fino ad arrivare ai protagonisti, i due gemelli: Lucas e Klaus, che, sebbene siano solo due bambini, cercano di emergere da quella poltiglia di resti e deprivazioni che la guerra ha portato loro.
Poco importa quale sia la verità barricata dietro ai protagonisti, perché i gemelli sono così, non possono separarsi l’uno dall’altro.

Pensano insieme, agiscono insieme. Vivono in un mondo a parte. Un mondo tutto loro. Tutto questo non è molto sano. E’ anche preoccupante. Sì, mi preoccupano. Sono strani. Non si sa mai quello che possono pensare. Sono troppo maturi per la loro età. Sanno troppe cose.

Comunque è innegabile: l’atmosfera tetra e cupa trascina il lettore, che rimane invischiato come nel fango delle brutalità della guerra, ma che pure spera, perché con gli occhi di due bambini che cercano una vita migliore non si può che sperare.
E quando si giunge al termine di questa strana storia, imbruttita dal dolore e dalla sofferenza, rimane addosso un senso di smarrimento, che non ci si riesce a staccare dalla pelle e dal cuore.
Ebbene, non so cosa cerchiate voi in un libro, e so che spesso dipende da cosa stiamo sperimentando anche dal punto di vista mentale in determinati periodi della nostra vita, ma se state cercando un’esperienza emotiva, aprendo questo libro verrete catapultati in un mondo duro ma che vi lascerà qualcosa di prezioso da portarvi dietro, forse anche perché il dolore e la tristezza sono parte integrante di ogni essere umano e senza di essi non ci potrebbero essere il benessere e la gioia.

Buona lettura,
Debbie

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