Affetti straordinari

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Oggi vi parlo di “Affetti straordinari”, un bel romanzo della scrittrice statunitense Catherine Ryan Hyde, già famosa per il più noto best seller “La formula del cuore”, da cui è stato tratto il film – meritevole – intitolato “Un sogno per domani”, che forse molti di voi hanno visto (se non lo avete fatto sappiate che vale la pena di vederlo!).
A quanto pare l’autrice sembra molto legata al tema del “fare qualcosa di buono per qualcuno”, che è un principio che in realtà sembra collegare queste due opere.
Il messaggio è chiaro e semplice, anche se la sua realizzazione non è così banale!
Quando possiamo dire che la nostra vita assume un reale significato? Quando ci doniamo agli altri, facciamo qualcosa che risulterà importante per la loro vita, senza volere nulla in cambio.
Questo è il senso di “Affetti straordinari”, dove al principio del fare qualcosa per qualcuno – in modo disinteressato – si affianca il desiderio tipico dell’essere umano di dare un significato più profondo alla propria esistenza.
Il romanzo però non parla solo di questo, ma anche di genitorialità. Che cosa significa essere genitori, o nel caso specifico padri? Benché non ci si riferisca mai al personaggio di Nathan McCann con questo appellativo, è indubbio che questa sia la sua funzione nella vita del giovane e tormentato Nat.
L’unica cosa che li unisce – almeno in apparenza – è quel filo quasi invisibile, il ritrovamento da parte di Nathan McCann del neonato, abbandonato nei boschi dalla madre. Nonostante le loro vite siano separate da quel momento, Nathan non può sottrarsi a quello che sente ormai indissolubilmente nel suo cuore.

Da quel momento è un padre.

E un padre, per quanto costretto alla lontananza e ostacolato dai tanti vincoli che la vita gli mette davanti, c’è.
Un vero padre, che sia o meno padre biologico, c’è. La sua presenza si nota anche nell’assenza fisica. Il suo esserci è qualcosa di concreto anche nell’astratto delle congetture. Un padre non è sostegno economico o regali di compleanno e di Natale, che pure dispensa con generosità. Un padre è soprattutto una guida, un porto sicuro, è un uomo che non si arrende mai e non rinnega il suo ruolo, per quanto difficile o scomodo.

Nathan disse: “Credo che quel che ti è mancato per tutto questo tempo sia qualcuno a cui importasse abbastanza di te da insistere che ti comportassi meglio.” E magari che fosse disposto a morire per riuscirci, pensò.

Nathan McCann vive la sua vita, da quel ritrovamento, esattamente come un padre dovrebbe viverla. In funzione del figlio con cui sente un legame, perché sa benissimo che se non sarà lui a investire su quella vita, ben poche persone saranno disposte a farlo.
In questo caso poi, si tratta di un figlio con un passato difficile, con un’infanzia segnata da interrogativi continuamente risolti da bugie che non gli hanno permesso di elaborare i sentimenti di rabbia e perdita che lo hanno accompagnato per tutta la sua giovinezza.
Nat è diventato un adolescente rabbioso, ribelle, ingrato. Non riesce a dare un senso alla sua esistenza e si sente abbandonato: prima dalla madre e dal padre e poi dalla nonna materna. Ora sta al padre che il destino gli ha riservato trovare una formula “magica” che lo renda un uomo migliore, che dia a Nat una possibilità. E Natahan McCann si assume questo compito con una devozione che spesso anche ad un genitore biologico manca.
Essere genitore significa amare un figlio più di ogni cosa, mettere il suo bene davanti al proprio senza comunque trascurare se stessi, trovare quell’equilibrio in cui il figlio possa trovare una sicurezza e un esempio di vita. Significa avere un piano educativo coerente, autorevole ma non autoritario, significa non cedere ma concedere, fare compromessi e sapersi mettere in gioco. Si può sbagliare, tutti possono farlo, ma poi si può anche chiedere scusa e ricucire gli strappi.

Questo romanzo mi ha scaldato il cuore, perché anche quando la vita non ci regala un padre come Nathan McCann, c’è sempre la speranza che là fuori ci sia una guida, un mentore che illumini la via. Non tutti sono fortunati e ne trovano una, ma volendo possono trovare conforto in un personaggio come quello raccontato dalla scrittrice.
Dalle mie parti si dice “Piutòst che nènt, l’è mej piutòst” (=piuttosto che niente è meglio piuttosto”), insomma, bisogna sapersi accontentare. Inoltre – ma questa è una mia opinione, siete liberi di dissentire – anche se non si è stati così fortunati da avere un esempio dal vivo, si può sempre imparare dalle storie, dai racconti. Le parole e dunque le storie che ci vengono raccontate, hanno un dono riparatore che troppo spesso non riconosciamo loro in modo adeguato.
Che siate o no dei figli traumatizzati dalla presenza/assenza di un padre (o madri/padri traumatizzati dai vostri figli :P) penso che potrete trovare questo libro molto piacevole, per la sua scorrevolezza e per la sua schiettezza – o per dirla alla McCann per la sua franchezza.

Buone letture!

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4 thoughts on “Affetti straordinari

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